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Santa Lucia, “Sa traconarja”. Uno scritto di Simonetta Bellu

| Categoria: Scritti e racconti
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In occasione del tradizionale pellegrinaggio a Santa Lucia, pubblichiamo uno scritto di Simonetta Elvira Bellu, bibliotecaria siniscolese «appassionata di letteratura per l'infanzia e l'adolescenza», ma anche di musica. Simonetta frequenta attualmente il terzo anno della Scuola civica di musica dedicandosi alla batteria. «Ho scelto questa riflessione – queste le sue parole – sul vento de sa traconarja perchè ci caratterizza e perchè noi, bagnati dal Mediterraneo, siamo in continua evoluzione, in senso metaforico, spesso come i venti che cambiano di continuo. Così pure il nostro paesaggio si trasforma passando da una calma piatta invernale ad una esplosione di colori e di situazioni tra la primavera e la stagione estiva».


Nessun borgo poteva essere come questo. Si era completamente svuotato. Il mio passo rimbombava sordo e cupo, pareva una città deserta nel mese d'agosto. In effetti il maestrale aveva soffiato per tutta la notte. Stamane perciò era tutto diverso. Le porte delle case che nei giorni precedenti erano aperte, e che accoglievano le persone in vacanza, ora non potevano neppure rimanere socchiuse, le luci all'interno erano accese perché il sole era rimasto dietro alle nuvole. Le foglie spazzate via dal vento facevano lo stesso dolce tintinnio delle bandierine appese nelle strade durante la festa del Santo Patrono. L'aria era diversa, come pure il cielo e il mare. I turisti con le loro macchine fotografiche da dentro alle auto immortalavano il paesaggio senza neppure scendere e appoggiare i piedi in quella terra arsa dal sole nei giorni precedenti. Quel vento da noi è di casa "sa traconarja" che è capace di farti cambiare l'umore. Sembra arrivare a farti presagire eventi nefasti. Poi guardi il mare increspato e color petrolio e ti fa incupire il viso. Fino alla mezza nessuna aveva osato uscire di casa. I caffè e i ristoranti erano deserti non avevano neppure esposto i loro menù e portato fuori i comodi salotti nelle loro verande. Quel vento denso e freddo nella sua patetica monotonia faceva scricchiolare tutto, pure le mie ossa. Il mio corpo era rannicchiato in una sedia al riparo. Mi sentivo comunque una privilegiata, perché io potevo in questo borgo vedere il bello e il cattivo tempo a differenza di chi invece, era solo di passaggio. Un "continentale" si ferma e dice "Raffiche simili mai viste, che posto bellissimo è questo sa! il mio satellitare non lo indica, il nome Santa Lucia, mi ha catturato, ed eccomi qui!" Io mascelle serrate, godevo della pace e non avevo nessuna intenzione di regalare al vento la mia voce perciò mi ritrovo a sorridere, da sola. Mi avvolgo con lo scialle e sento i brividi percorrere la schiena. Voglio godermi questo concerto senza orchestrai di sorta.

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