Faro all'asta: per Zente Nova è un bene comune e va utilizzato diversamente

Gianfranca Orunesu
15/04/2014
Attualità
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Il gruppo di minoranza consiliare Zente Nova ha espresso una serie di considerazioni, attraverso un comunicato, sulla vicenda che vedrebbe il faro di Capo Comino destinato all'asta tra settembre e dicembre.  «Certo, Capo Comino ne ha di “attenzioni”! Prima sito adatto ad ospitare una centrale nucleare, poi individuato quale luogo in grado di ospitare un potente (e inquinante) radar militare, infine – è di questi giorni la notizia – il faro di Capo Comino oggetto d’asta per un progetto di riconversione in albergo a 5 stelle. Sicuramente, per soddisfare gli appetiti di qualche privato e privare la collettività di un bene comune che può e deve essere utilizzato diversamente» esordisce la nota. «La fonte della notizia è niente popò di meno che il Direttore dell’Agenzia del Demanio: lo ha detto a margine della tappa milanese del roadshow dedicato alle dismissioni degli immobili pubblici. Tra gli investitori esteri, pare ci sia interesse soprattutto da parte del Qatar!!?»

Zente Nova sostiene che «Ancora una volta non si capisce che il turismo lo si solletica e incrementa proponendo un ambiente integro e genuino, che diventa attrazione proprio perché immune a questa “civilizzazione” che sa tanto di snaturamento e occupazione dei territori. Inesorabilmente, con una struttura alberghiera, per quanto fatta bene, il sito naturalistico si trasformerebbe in un business dove un luogo intatto e pubblico verrebbe giocoforza recintato, chiuso al pubblico, cementificato e consegnato nelle mani di chi al benessere del territorio sovrappone il proprio profitto personale. Altro che lavoro, altro che turismo, altro che progresso! La sola ricaduta sarebbe non poter più metter piede in quel semipromontorio su cui il faro sorge! Siniscolesi: siete pronti a rinunciarvi?».

Il gruppo di minoranza spiega che strutture ricettive e servizi per il turismo «servono e vanno implementati, ma fuori da quella cornice paesaggistica che turisti o locali cercano – e vogliono – per sfuggire alla quotidianità, al caos della metropoli, per riconciliarsi con la natura, per riempire gli occhi e la mente della bellezza delle coste inalterate dal tempo e, si spera, dall’uomo. Col faro trasformato in albergo, immaginate l’impatto su quel luogo, lo stanziamento fisso di una struttura di quel tipo romperebbe l’equilibrio di decenni nei quali i turisti (e i siniscolesi) hanno trovato in Capo Comino il posto della pace e della riservatezza: un territorio deve offrire anche questo! diversificare l’offerta».

Il comunicato continua: «con tutta la terra che abbiamo, possibile che l'idea balzana di fare gli alberghi, paradossalmente, vada ad intaccare proprio il fiore all’occhiello intorno al quale costruire le politiche del turismo e rendere "appetibile" il territorio? Guarda caso, sempre a spese del patrimonio pubblico e ambientale! Vuoi il faro, vuoi dentro la pineta di Santa Lucia ma, pensare a siti meno "impegnativi" e impattanti? no?»


Segue un appunto: «chiariamo un concetto: noi non siamo aprioristicamente contro gli alberghi, ma contro l’idea di farli dentro la pineta di Santa Lucia tagliando mille pini (leggi PUC) oppure, come in questo caso, nel faro di Capo Comino. Insomma, pensiamo che gli alberghi servano, ma che debbano realmente servire il territorio nel rispetto dell’ambiente e appannaggio dell’imprenditoria localle: alberghi da 80/100 posti, logisticamente diffusi in modo capillare e integrati in un sistema di rete che coinvolga seconde case, B&B, agriturismi con pernottamento.  Poi, si,  si può discutere sulla quantità, la qualità;  dove farli? sicuramente a destra della 125, cioè dell’Orientale sarda (a scanso di equivoci, in direzione sud)».


Il gruppo conclude: «in altre parole, si tratta di pianificare, nella consapevolezza che la bussola che guida le scelte della programmazione economica come urbanistica, sia solo e sempre l’interesse collettivo che, ovviamente, avrà pure ricadute sulle situazioni individualii, ma è dalla dimensione del “noi” che si parte. Altrimenti, ogni intervento è una pezza della quale rimane l’incognita del suo successo o meno; una dimensione parziale intorno alla quale ruota il solito quesito: cui prodest? A chi giova?»

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